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Francesco Petrarca

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Francesco Petrarca

(Arezzo 1304 - Arqua 1374)

La vita

Infanzia e anni della formazione

Primo dei grandi umanista del Rinascimento, Petrarca è passato alla storia grazie alla perfezione della sua poesia in lingua volgare, assunto nel corso dei secoli come modello di tutto il classicismo occidentale, in alternativa al realismo dantesco.
La vita del Petrarca è tanto consacrata allo studio quanto movimentata. Suo padre Pietro, notaio fiorentino originario di Incisa in Valdarno, lo avvia al culto di Virgilio e, soprattutto, a quello di Cicerone; la sua nascita ad Arezzo è dovuta all'esilio politico (1304) a cui il padre fu obbligato. Rifiutando l'amnistia promulgata nel 1309, Pietro si ricongiunge a Pisa, nel 1311, con sua moglie, Eletta Canigiani, che aveva provveduto da sola a crescere il figlio Francesco e il fratello minore, Gherardo, più giovane di 3 anni; quindi si trasferisce, con tutta la famiglia, ad Avignone (1312), che era stata trasformata in capitale a seguito del recente trasferimento del seggio pontificale. Impossibilitato a trovare un alloggio per la sua famiglia, si stabilisce nella vicina Carpentras, dove Francesco riceve l'insegnamento del trivium. Nel 1316 il padre lo invia a Montpellier per iniziare lo studio del diritto, proseguiti senza una grande passione dopo il 1320, in compagnia di Gherardo, presso l'università di Bologna. Francesco abbandonerà definitivamente lo studio della legge nel 1326, dopo la morte del padre. Ritorna ad Avignone, dove l'effervescenza della corte papale soddisfa pienamente la sua sete di piaceri (avrà anche due figli naturali, Giovanni e Francesca, nati rispettivamente nel 1337 e nel 1342), così come le sue ambizioni mondane, letterarie e politiche. Durante le soste nelle sue frequenti missioni diplomatiche, costellate di ricerche erudite, soggiornerà in Provenza, fino al 1353.

Alla corte papale di Avignone

La carriera ecclesiastica si annuncia più rapida, quindi prende gli ordini minori e si guadagna i favori del cardinale Giovanni Colonna, al cui servizio resterà fino al 1347. Gli allori poetici, infine, non sono certo la risorsa sociale minore del giovane Petrarca, sia che egli componga in lingua volgare la sua passione per Laura, incontrata per la prima volta, secondo la finzione del Canzoniere, il venerdì santo del 6 aprile 1327 e morta il 6 aprile 1348 a 21 anni, oppure che intraprenda (tra il 1339 e il 1341), nella solitudine del suo ritiro di Vaucluse, il monumentale poema Africa e il De viris illustribus, per i quali sarà solennemente incoronato poeta in Campidoglio (8 aprile 1341), grazie all'appoggio del re dotto Roberto di Napoli. Nel 1337 va a Roma, al seguito dei Colonna, dopo una lunga peregrinazione, nel 1333, in Francia, nelle Fiandre e in Renania.
Al suo ritorno ad Avignone, nel 1342, conosce una profonda crisi di coscienza religiosa, accentuata dalla conversione monastica di Gherardo (1343), che incontrerà frequentemente nella certosa di Montrieux (specialmente nel 1347 e nel 1353). Petrarca si ritira sempre più spesso a Vaucluse (1342-1343, 1346-1347, 1351-1353), dove compone il Secretum meum, il De vita solitaria, il De otio religioso, i Salmi penitenziali e numerose poesie in latino e in italiano, che attestano il nuovo orientamento della sua vita spirituale. Questa coincide con un interesse crescente per la sorta politica dell'Italia, in quel momento compromessa dalle rivalità comunali e l'anarchia nobiliare, così come dalla restaurazione della Chiesa, tesa a una rigenerazione dell'intera cristianità. Nel 1335-1336, Petrarca aveva indirizzato due epistole in latino a Benedetto XII, esortandolo a ristabilire il seggio pontificio a Roma; nel 1342 rinnoverà questa supplica anche a Clemente VI. Per la verità, le sue teorie politiche presentano alcune contraddizioni, e la sua azione è contrassegnata da numerosi cambiamenti repentini, dovuti agli avvenimenti, ai principi cui presta il suo servizio e alle missioni che gli sono affidate. Tuttavia non esita, al costo di perdere l'appoggio dei Colonna, a schierarsi apertamente dalla parte di Cola di Rienzo, che aveva instaurato un governo popolare a Roma (maggio 1347), in favore del quale Petrarca si era pronunciato sin dal 1342 davanti alla corte papale. Per un momento pensa addirittura di entrare in quel governo di Roma. Né l'evoluzione dittatoriale del tribuno, né il suo annientamento, né la sua prigionia ad Avignone lo dissuasero mai il Petrarca dal difendere con forza le sue idee di rinnovamento morale e politico della cristianità a partire da una riforma radicale delle istituzioni romane, soprattutto il suo concetto centralizzatore del ruolo politico di Roma nell'unificazione italiana.

L'allontanamento dalla Provenza

Stanco della corruzione presso la corte di Avignone, che fustigherà nei suoi sonetti e nelle epistole Sine nomine (1351-1353), Petrarca sogna di lasciare definitivamente la Provenza. Nel 1353, dopo alcuni brevi viaggi a Verona, a Padova, a Mantova e a Firenze, che interrompe solo per il suo ultimo soggiorno a Vaucluse (1351-1353), decide di rifiutare l'offerta, ricevuta da Boccaccio in qualità di ambasciatore di Firenze, per rientrare in possesso dei beni paterni e per insegnare all'università di Firenze. Contrariamente ad ogni aspettativa, si stabilisce a Milano, al servizio dei Visconti; vi soggiornerà fino al 1361. Incaricato di funzioni soprattutto onorifiche e di missioni diplomatiche (a Praga nel 1356 e a Parigi nel 1361), beneficerà di una grande agiatezza materiale e di molto tempo libero, che mette a profitto per terminare il Secretum e il De otio religioso, per fissare la versione definitiva del Bucolicom carmen, per raccogliere le sue Rime in lingua volgare, le epistole in versi e le Familiari, per intraprendere infine i De remediis utriusque fortunae e i Trionfi.
Nel 1361 fugge dalla peste che minaccia Milano, andando a Padova, poi a Venezia, dove viene ricoperto di onori e dove resterà dal 1362 al 1367. Qui porta a termine il De remediis e ritocca le Familiari, così come la nuova raccolta delle Senili, mentre compone il De sui ipsius et multorum ignorantia in risposta agli attacchi di un circolo di giovani averroismi veneziani. Nel 1367, a Padova, accetta l'ospitalità di Francesco da Carrara (?-1393), in compagnia della figlia Francesca e del genero, che lo assisterono fino agli ultimi giorni della sua vecchiezza pia e studiosa. Al soggiorno di Padova preferisce, più frequentemente, il raccoglimento nella sua piccola proprietà di Arquà, sulle colline euganee, pur non rinunciando a ripetuti viaggi: a Udine, nel 1368, davanti all'imperatore Carlo IV, in guerra contro i Visconti; poi a Milano, al seguito dell'imperatore, ed ancora a Pavia, dove continua a trascorrere l'estate fino al 1369, secondo l'abitudine acquisita nel 1363; nel 1370 una sincope interrompe il viaggio a Roma, intrapreso per salutare il papa Urbano V. Nel 1372 Petrarca è a Venezia. Fino alla sua morte, nella notte tra il 18 e il 19 luglio 1374, sostenuto soprattutto dall'amicizia sempre più intima che lo lega a Boccaccio, non cessa di intrattenere e di elargire, per via epistolare, la vasta rete di scambi culturali alla quale aveva lavorato per tutta la vita, gettando le durevoli basi dell'umanesimo.

L'opera

Il Canzoniere

La gran parte della sua gloria, della sua influenza linguistica e stilistica è dovuta al Canzoniere (detto anche Rime sparse), in lingua volgare, la cui prima versione si trova trascritta nel manoscritto autografo "Vaticano latino 3195", intitolato Francisci Petrache laureati poete rerum vulgarium fragmenta. Fin da prima del 1336 Petrarca aveva avuto l'intenzione di riunire e ordinare le sue rime amorose, che continuò a perfezionare per tutta la vita; la prima raccolta che realizzò contava 215 brani. La raccolta definitiva ne contiene 366 (317 sonetti, 29 canzoni, 9 sestine, 7 ballate e 4 madrigali), articolati in due sezioni: In vita di Madonna Laura (1-263) e In morte di Madonna Laura (264-366). Infatti, ad eccezione di alcune poesie di ispirazione politica di esaltazione per la Roma antica o di biasimo per l'invasore straniero e la corruzione della corte papale, il Canzoniere è interamente dedicato all'amore del poeta per tutto ciò che richiama il nome di Laura: Laura-Aurora, Laura-Lauro-Laurea (l'alloro: la pianta e la corona), Laura-L'Aura (soffio vitale e poetico), ma anche - in due riprese - Laureta, grazioso diminutivo evocante, al di là di ogni simbologia, una figura femminile concreta, la cui identità resta tuttavia misteriosa. Se, nella tradizione provenzale, Petrarca ricorre alla finzione di un unico amore idealizzato, facendo di tale finzione (nello spirito del "dolce stil novo"), la metafora di una rivelazione divina (sottolineata dalla cronologia della passione amorosa che riproduce letteralmente la passione di Cristo), tramite l'analisi delle contraddizioni del desiderio, da un lato, e tramite la ripetizione ossessiva di fantasmi emblematici, dall'altro lato, egli elude la trascendenza e la logica del simbolo. Il disordine amoroso non saprebbe condurre né all'ordine divino (se non attraverso il rinnegamento del pentimento) né, soprattutto, rappresentarlo, e la sublimazione dello stesso desiderio di Laura in un desiderio di gloria (Lauro) può compiersi solamente a un livello più basso. Alla finzione realista del simbolismo teologico della Vita nova dantesca, Petrarca oppone le figure e gli emblemi eterni dell'alienazione amorosa.
Le "Rime disperse" o "extravaganti", altrimenti dette, non contenute nei Rerum vulgarium fragmenta, sono in parte apocrife.

I Trionfi

D'altra parte, l'impresa in lingua volgare più ambiziosa di Petrarca è il poema allegorico dei Trionfi, iniziato verso il 1354 e proseguito fino alla fine della sua vita, scritto in terzine (l'unità metrica della Divina Commedia) e nel quale Petrarca inserisce la propria autobiografia spirituale e una successione di cicli simbolici culminanti nel trionfo, rispettivamente, del Desiderio, della Castità, della Morte, della Gloria, del Tempo e dell'Eternità.

L'opera in latino

L'opera latina di Petrarca comprende: - i nove libri dell'Africa (incompiuti, malgrado parecchie redazioni posteriori a quella del 1341), che esaltano la gloria di Roma attraverso la grande figura di Scipione l'Africano, risalendo anche dalle origini dell'Urbe fino all'epoca contemporanea, mediante l'artificio di un sogno premonitore dell'eroe; - il De viribus illustribus, il cui progetto primitivo prevedeva una serie di biografie da Romolo a Tito (interrotto a Catone il Censore, il ciclo ha poi subito un ampliamento a tutti gli eroi dell'umanità, da Adamo ai tempi moderni, poi di nuovo abbandonato; nell'ultima redazione, le vite di Scipione e di Cesare si ergono per la loro vastità e qualità storiografica); – i quattro libri del Rerum memorandarum (iniziato nel 1344), raccolta tematica di "exempla", di aneddoti e di episodi storici; – il Secretum (1342-1343 e 1353-1358), dialogo, di struttura ciceroniana e di ispirazione religiosa, tra Petrarca e Sant'Agostino, che, ispirato dalla Verità (testimone muta del loro incontro), tenta di superare i conflitti interni del poeta (a ciascuno dei tre libri corrisponde una giornata di dialogo); – i trattati De vita solitaria e De otio religioso (1346-1347, entrambi rimaneggiati in seguito), elogi del ritiro e dello studio, secondo l'ideale classico e monastico; – i Psalmi penitentiales (ca. 1347), in cui il poeta implora il perdono divino; – il De remediis utriusque fortunae, trattato cominciato nel 1354, diviso in due serie di 122 e 132 brevi dialoghi tra la Ragione, la Gioia e la Speranza, e tra la Ragione, il Dolore e la Paura, secondo una casistica erudita che attingeva alla riflessione morale medievale; – i quattro libri dell'Invective contra medicum (1352-1355) e il De sui ipsius et multorum ignorantia (1367-1370), in cui Petrarca difende la dignità e l'utilità degli studi letterari contro l'enciclopedismo, l'astrazione, il formalismo e la vana sottilità della filosofia e della scienza contemporanee; – l'Invectiva contra eum qui maledixit Italiane (Apologia contra Gallum), del 1373, confutazione della tesi favorevole al mantenimento del papato ad Avignone; – quattro raccolte di epistole in prosa (24 libri di Familiari, 17 di Senili, 3 di Varie e 4 di Sine nomine [o Sine titulo; – una raccolta, in tre libri, di sessantaquattro epistole composte per lo più prima del 1350, le Epistolae metricae, assimilabili, per la loro ispirazione autobiografica, alle egloghe del Bucolicum Carmen (composte verso il 1346 e rivedute nel 1357).


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