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Dante Alighieri

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Dante Alighieri

(Firenze 1265 - Ravenna 1321)

La vita

Figlio di Alaghiero degli Alaghieri (la forma Alighieri, diventata ufficiale con Boccaccio, è senza dubbio illegittima) e di Bella (figlia di Durante degli Abati), Dante apparteneva, dal punto di vista economico, alla piccola nobiltà fiorentina, anche se la sua famiglia, di antica tradizione guelfa, discendeva sicuramente da trisavolo Cacciaguida, dell'illustre famiglia degli Elisei, che la leggenda fa risalire ai romani, mitici fondatori di Firenze.
Non conosciamo quasi niente dell'adolescenza e dei primi studi di Dante. Sembra avere studiato la musica e il disegno, ma afferma di avere appreso per conto proprio l'arte dei versi. È possibile che nel 1278 abbia frequentato la rinomata università di Bologna. Nel canto XV dell'Inferno rende omaggio al suo primo maestro, Brunetto Latini, l'autore enciclopedico del Tesoro, ma l'amicizia e l'amore furono le esperienze capitali della sua adolescenza. Una vera amicizia lo legò a Guido Cavalcanti, al quale dedicò la Vita nuova, a Lapo Gianni ed ai principali poeti fiorentini della sua generazione, nel contesto dell'avanguardia poetica del "dolce stil nuovo", che fondarono insieme e, in seguito, a Cino da Pistoia. La realtà storica dell'amore per Beatrice, al di là di ogni trasfigurazione allegorica, è testimoniato dai contemporanei. Questa donna, Dante celebra sotto il nome di Beatrice dalla Vita nuova alla Divina Commedia, era la figlia di Folco Portinari e la sposa di Simone dei Bardi (l'amore cortese, di cui Dante segue la tradizione entro la setta dei Fedeli d'Amore, esclude che i legami amorosi debbano coincidere con il matrimonio, che regola la politica e l'economia dinastiche). Beatrice morì nel 1290.
La concezione aristocratica della poesia e l'adesione ai precetti dell'amore cortese testimoniano il fascino esercitato in quel momento su Dante dagli ideali e dai riti della cavalleria. Le lotte tra Firenze, Arezzo e le altre città ghibelline della Toscana offrono ben presto al cavaliere l'occasione perfetta per le prime gesta d'armi, tanto sognate: la battaglia di Campaldino e la presa della fortezza pisana di Caprona (1289).
Dopo la morte di Beatrice, si consacra interamente alla filosofia (Cicerone e Boezio) e frequenta le scuole teologiche dei domenicani di Santa Maria Novella (letture di Aristotele commentate da Alberto Magno e San Tommaso)e dei francescani di Santa Croce (San Bonaventura). Tuttavia non smette di occuparsi della vita ufficiale dell'aristocrazie dirigente: nel 1294 si unisce ai cavalieri incaricati di ricevere a Firenze il giovane principe capetingio Carlo Martello, del quale diventa amico.
Nel frattempo aveva sposato Gemma Donati, che gli dà tre figli, forse quattro: Pietro e Iacopo, che furono tra i primi commentatori della Divina Commedia, Antonia (suor Beatrice, che Boccaccio onorò a Ravenna nel 1350, in qualità di ambasciatore fiorentino) e, forse, Giovanni.
A partire dal 1295, Dante prende parte attivamente alla vita politica di Firenze, in circostanze talmente critiche che gli costeranno l'esilio a vita. Si iscrisse a una delle corporazioni (Arti) della città, quella dei medici e dei farmacisti, che era condizione indispensabile per l'accesso alle cariche pubbliche, secondo gli "ordinamenti di giustizia" del democratico Giano della Bella (1293), inizialmente destinati ad escludere le grandi famiglie dal potere politico per consentire a tutti i cittadini (inclusi i nobili), di accedere alle magistrature comunali, previa iscrizione alle Arti. La posta di questa procedura costituzionale riguardava innanzitutto la lotta delle classi sociali e delle fazioni politiche all'interno del comune di Firenze. Le classi erano tre: l'antica nobiltà feudale, che esaltava la violenza rispetto alla legalità; la nuova borghesia industriale e commerciale o "popolo grasso", rappresentata dalle Arti Maggiori; infine, gli artigiani, o "popolo minuto", rappresentato dalle Arti Minori e disposto ad allearsi con il popolo grasso per opporre resistenza gli abusi di potere delle grandi famiglie. A partire dal 1295, due fazioni si organizzano attorno alla famiglia dei Cerchi e alla famiglia dei Donati, rispettivamente: i Bianchi, da una parte, che riuniscono una parte dell'aristocrazia feudale, i membri della borghesia favorevoli a un governo democratico e il popolo artigiano; i Neri, dall'altra parte, comprendenti la maggioranza delle grandi famiglie e il partito antidemocratico del popolo grasso. Quando il papa Bonifacio VIII interviene a favore dei Neri, nella speranza d'imporre la sua influenza su tutta la Toscana, la maggior parte del popolo grasso, per timore di una scomunica che ne avrebbe dichiarato la rovina, abbandona gradualmente la causa dei Cerchi, loro stessi indecisi sulla condotta da tenere. È proprio questa intrusione del papa negli affari di Firenze che finisce per avvicinare Dante ai Bianchi, dopo un tentativo di mantenersi al di sopra delle parti, separato rispetto al partito aristocratico, tra la sua nostalgia del mondo feudale e il suo orrore della violenza e dell'illegalità. Da una parte, la sua attività mira sempre più alla difesa del principio di autonomia del potere politico da quello spirituale (con il corollario dell'ideale di una chiesa riconvertita alla povertà evangelica); dall'altra parte, il suo ideale è quello di una classe dirigente che tragga la nobiltà non dalla nascita, ma dalla scienza e dalla virtù.   Entra quindi a fare parte del Consiglio speciale del Capitanato del popolo (1295-1296), quindi del Consiglio dei Cento (1296) e di uno dei due Consigli del Capitanato (1297). Ambasciatore a San Gimignano nel maggio del 1300, immediatamente dopo (15 giugno - 14 agosto 1300) viene nominato al Consiglio dei Priori, suprema magistratura comunale. Insieme ai suoi pari, entra allora apertamente in conflitto con Bonifacio VIII, rifiutando l'annullamento della sentenza pronunciata dai suoi predecessori contro tre banchieri fiorentini sospettati di voler consegnare Firenze al papa.
Nel Consiglio dei Cento, Dante prosegue nella sua politica intransigente verso le ingerenze del papato, quando nel 1301 viene inviato a Roma insieme ad altri due ambasciatori per sondare le intenzioni di Bonifacio VIII nei riguardi di Carlo di Valois, che il papa ha appena chiamato in soccorso per riconquistare la Sicilia, perduta a causa degli Angioini, e risolvere il conflitto che lo oppone a Firenze. Il papa manda indietro gli altri due ambasciatori con promesse vaghe, ma fa di tutto per trattenere Dante a Roma. Ritardo fatale: appena giunto a Firenze, violando le sue promesse, Carlo di Valois si impegna per fare rientrare i principali capi dei Neri, fino ad allora banditi, che si impadroniscono del potere con la violenza ed esiliano centinaia di avversari politici. Una procedura d'eccezione gli permette di riaprire l'inchiesta, legalmente conclusa al termine di ogni mandato, relativa alla gestione dei priori nel corso dei due anni precedenti, e Dante viene accusato ingiustamente di concussione, escluso a vita dalla magistratura, condannato a due anni d'esilio e ad un'ammenda; non essendosi presentato per il pagamento, il 10 marzo 1302 viene condannato al rogo in contumacia. Non tornerà mai più a Firenze.

Si unisce inizialmente ai tentativi fallimentari degli esiliati bianchi per rientrare a Firenze con la forza, difendendo idealmente i loro sforzi in una lettera al cardinale Nicolò da Prato, incaricato di intercedere in loro favore presso il nuovo papa Benedetto XI. Ma il fallimento dell'ambasceria e la sconfitta dei Bianchi a La Lastra (1304), battaglia alla quale rifiutò di prendere parte, non fanno che confermare il suo sdegno crescente per i compagni d'esilio e la sua decisione, tale che "fia bello averti fatta parte per te stesso" (Paradiso, XVII). Condurrà una vita errante, della quale non è possibile avere informazioni del tutto precise: sicuramente a Verona, presso Bartolomeo della Scala, in altre città del Veneto, a Bologna, in Lunigiana (1306) presso i Malaspina, e a Lucca. Si sa che nel 1307 si trova a Parigi, dove si pensa possa avere incontrato Jacques de Molay, il Grande Maestro dell'Ordine dei Templari, poco prima del suo arresto; non conosciamo veramente il motivo di questo incontro, ma sembra plausibile che abbia avuto un rapporto con l'appartenenza di Dante all'Ordine dei Fedeli d'Amore. A questo periodo appartengono anche le lettere a Cino da Pistoia e a Morello Malaspina, così coma la (Popule meus, quid feci tibi?), oggi perduta, nella quale Dante tenta di riconquistare la stima dei propri concittadini in nome della dignità morale ed intellettuale della sua opera (Convivio e De vulgari eloquentia).

Se alcuni commentatori fanno risalire la redazione di primi canti dell'Inferno al 1306-1308, la visione a volte profetica ed apocalittica che caratterizza la Divina Commedia, ed in particolare il Paradiso, ha origine dall'esperienza politica, che per Dante è l'elezione all'Impero, poi la sconfitta e la morte di Enrico VII di Lussemburgo, nel quale pose le sue speranze di restaurazione morale e politica di Firenze, dell'Italia e dell'intera umanità. Quando Enrico VII annuncia (1310) il suo intento di farsi incoronare a Roma Dante, sfidando l'autorità pontificia e della monarchia francese, ostili a Enrico VII, si prodiga con lettere di rara energia, prima per sostenere la sua causa presso i maggiori principi italiani, poi contro i fiorentini ribelli all'imperatore. Infine si rivolge allo stesso imperatore, chiedendogli di sconfiggere con le armi la resistenza fiorentina. Questo gli valse l'esclusione dall'amnistia accordata da Firenze ai suoi esiliati all'avvicinamento delle armate imperiali. Nel 1313 la morte di Enrico fa svanire il sogno grandioso di Dante, che si ritira per la composizione del suo poema; ciò non gli impedisce, tuttavia, di intervenire un'altra volta presso i cardinali italiani riuniti in conclave alla morte di Clemente V. Nel 1315, nella sua lettera A un amico fiorentino, rifiuta sdegnosamente, in nome della sua dignità di poeta e di cittadino, una nuova offerta di amnistia concessagli da Firenze a determinate condizioni (ammenda e richiesta di pubblico perdono). Qualche mese più tardi, in occasione di una nuova amnistia, Dante si rifiuta di rispondere anche all'ordine di comparizione: la sua condanna a morte viene rinnovata ed estesa ai suoi figli. A quell'epoca Dante si trovava a Verona, sotto la protezione di Cangrande Della Scala. Si ignora la data in cui passa alla corte di Guido Novello da Polenta, a Ravenna. Le prime copie dell'Inferno e del Purgatorio, che iniziano a circolare in tutta l'Italia, attirano presto su di lui la più alta considerazione, come testimoniato dalle due egloghe in latino, inviate da Giovanni Del Virgilio nel 1319 dall'università di Bologna. Dante declina l'invito a lasciare Ravenna e a comporre in latino un poema immortale, rivendicando per sé i soli meriti dovuti alla sua opera in lingua volgare. Nel 1320, in una chiesa di Verona, lesse il suo trattato Quaestio de aqua et terra, che attesta la vastità delle sue conoscenze scientifiche e filosofiche. Morirà il 14 settembre 1321, al ritorno da un'ambasceria a Venezia.

Dante e i Templari

Nel 1318, Dante termina la Divina Commedia, nella quale allude ripetutamente ai Templari, al loro martirio e alla loro resurrezione. Ad esempio, nel Paradiso (canto XXX), Beatrice, nell'empireo, è contornata e protetta dal "convento de le bianche stole", che non sono altro che i cavalieri del Tempio, riconoscibili per i loro favolosi mantelli bianchi contraddistinti da un croce patente rossa sulla spalla. Sempre negli ultimi cieli del Paradiso, se Dante sceglie San Bernardo come guida (canto XXXII), è a causa degli stretti rapporti tra l'abate di Clairvaux con l'Ordine del Tempio; in effetti, nel 1128, circa dieci anni dopo la sua fondazione, questo Ordine ricevette la sua regola dal concilio di Troyes, e fu proprio Bernardo che, in qualità di segretario del concilio, ebbe l'incarico di redigerla (completandola definitivamente solo nel 1131). Successivamente, Bernardo commentò questa regola nel trattato De laude novae militiae, nella quale espose con una magnifica eloquenza i termini della missione e dell'ideale di una cavalleria cristiana, definita "milizia di Dio". Ritroviamo spesso gli stessi termini negli scritti dei Fedeli d'Amore, di cui Dante era un membro eminente.
Nel Purgatorio (canto XXVII), Dante si ricorda di avere assistito al supplizio di Jacques de Molay e di Geoffroy de Charnay sul patibolo, il 18 marzo 1314, a Parigi: "In su le man commesse mi protesi, guardando il foco e immaginando forte umani corpi già veduti accesi". Questi due alti dignitari dell'Ordine del Tempio, arrestati su ordine del re Filippo il Bello, furono ingiustamente accusati d'eresia dall'Inquisizione del papa Clemente V. Al pari dei Templari, che in questo papa videro l'Anticristo, Dante gli assegna un posto nel suo Inferno (canto XIX): "ché dopo lui verrà di più laida opra, di ver’ ponente, un pastor sanza legge, […] Nuovo Iasón sarà, di cui si legge ne’ Maccabei; e come a quel fu molle suo re, così fia lui chi Francia regge". Ricordando il passaggio biblico del secondo libro dei Maccabei (4:7-9), nel quale viene spiegato in che modo Giasone usurpò il pontificato versando una grossa somma di denaro al re Antioco, Dante allude chiaramente alla maniera in cui Clemente V pervenne al papato, firmando un patto simoniaco con il re di Francia, Filippo il Bello; re che compare dinanzi a Pilato nel Purgatorio (canto XX): "Veggio il novo Pilato sì crudele, che ciò nol sazia, ma sanza decreto portar nel Tempio le cupide vele".

Disseminando le loro opere con simboli esoterici, Dante e i Fedeli d'Amore non fanno altro che richiamare la loro affiliazione allo spirito cavalleresco dell'Ordine del Tempio, che aveva posto la sua soluzione sotto il segno dell'esoterismo, che gli avrebbe consentito d'instaurare relazioni pacifiche con i musulmani. Ad esempio, Dante si serve del numero 9 come numero sacro, simbolismo della trinità: spirito, anima, corpo, ciascuno dei quali possiede 3 aspetti e 3 principi. Questo numero, molto simbolico anche per i Templari, richiama i 9 fondatori tradizionali dell'Ordine, così come le 9 province del Tempio d'Occidente.

Infine, stimando del tutto indegni i poteri del papa de dell'imperatore, Dante ha sempre sognato di stabilire un terzo potere in Italia, quello della cavalleria, intesa nel suo significato più spirituale. In questo senso, egli fu un templare genuino e coraggioso, e la sua appartenenza alla Fede Santa ed ai Fedeli d'Amore ne è la prova migliore: Questa Fede santa, di cui Dante era un Kadosh, era la fede dei Fedeli d'Amore e, prima di loro, dei Templari. Questa designazione degli iniziati come "Santi", di cui Kadosh è l'equivalente ebraico, può essere compresa perfettamente mediante il significato dei "Cieli", fornita da Dante nella sua Divina Commedia - i 9 "Cieli" sono i livelli della gerarchia iniziatica che conduce alla "Terra Santa" o "Terra dei Santi". Tale definizione può essere avvicinata ad altre denominazioni analoghe, come quelle di "Puri", "Perfetti", "Catari", "Sufi", "Ikhwan-es-Safa", ecc..
Nel museo di Vienna è esposta una medaglia con l'effige di Dante, realizzata da Pisanello, il pittore delle sette virtù. Le medaglie di questo grande artista dovevano assicurare l'immortalità della persona rappresentata; la raffinatezza del ritratto sul diritto esprimeva l'individualità e il carattere del personaggio, mentre l'allegoria sul rovescio nel completa la descrizione morale mediante una rappresentazione emblematica. Sul rovescio della medaglia che rappresenta Dante è possibile leggere una strana sequenza di lettere: "F.S.K.I.P.F.T.". Alcuni pensano che queste iniziali possano riferirsi alle sette virtù care a Pisanello: Fides, Spes, Charitas, Justitia, Prudentia, Fortitudo, Temperantia, malgrado l'anomalia tipografica relativa alla lettera "K" (l'ortografia di Charitas non può essere Karitas in latino); infatti, secondo René Guénon, queste lettere significano "Fidei Sanctae Kadosh Imperialis Principatus Frater Templarius". Qualificando Dante come Fratello Templare, "Santo" della "Fede", questa medaglia non solo offre una dimostrazione aggiuntiva della stretta relazione che univa Dante ai Templari, ma sottintende anche che i Fedeli d'Amore furono senza dubbio i veri ed i soli guardiani dei valori morali e spirituali dell'Ordine del Tempio, dopo il suo scioglimento ufficiale del 1312.

L'opera

Le Rime giovanili di Dante, d'ispirazione amorosa, illustrano il suo apprendistato poetico alla scuola delle principali tendenze letterarie del suo tempo. Le Rime comprendono, oltre ai brani inseriti più tardi nella Vita nuova, una trentina di composizioni che vanno dalle due tenzoni con Dante da Maiano al sonetto Un di si venne a me Malinconia. Qui Dante persegue l'ideale cavalleresco e cortese della poesia provenzale, ma trasposta nelle strutture borghesi della civiltà comunale e filtrata attraverso la recente tradizione letteraria italiana di lingua volgare, dalla scuola siciliana a Guittone d'Arezzo e al "dolce stil nuovo". Da una poetica della virtuosità a un'estetica della grazia, e dalla canzone alla ballata, e poi al sonetto, Dante si avvicina progressivamente al "dolce stil nuovo" elaborando un mito aristocratico dell'amore che inizialmente attinge i suoi accenti tragici dal Cavalcanti (per esempio in E' m'incresce di me e Lo doloroso amor) per giungere a compimento, grazie alla lezione di Guido Guinizelli, in una forma più personale e soprattutto più narrativa.

Struttura narrativa che costituisce la più grande novità della Vita nuova in relazione alle poesie precedenti, che vi si trovano inserite a posteriori (1292-1293), nella trama di un racconto commentario in prosa che è, letteralmente, una vera e propria autobiografia amorosa e poetica dell'adolescenza di Dante: l'amore vi compare come esperienza protesa nel tempo e nello spazio, come avventura spirituale trascendente e come il fondamento stesso di ogni verso poetico.

La redenzione amorosa celebrata dalla Vita nuova si svolge effettivamente come una storia, scandita dalle incessanti articolazioni temporali del racconto: "poi", "quindi", "dopo", ecc.. L'opera del tempo è tanto decisiva quanto irreversibile, culminando nella morte di Beatrice (XXIX), seguita dallo smarrimento intellettuale e sentimentale del poeta. Gli stessi luoghi sono trattati allusivamente (non Firenze, ma la città; non l'Arno, ma il fiume, ecc.), assumono una figura stabile e precisa. Ma ad ogni istante, la durata e le circostanze dell'avventura amorosa divengono, attraverso il linguaggio e i numeri che le enunciano, i segni stessi della trascendenza.   Beatrice è messaggera di beatitudine celeste, il saluto che rivolge al poeta è il pegno del saluto della sua anima, compare per la prima volta all'età di 9 anni, poi ricompare 9 anni più tardi per la seconda volta, ecc.: "…ch’ella era uno nove, cioè uno miracolo, la cui radice, cioè del miracolo, è solamente la mirabile Trinitade". Infine, al di là delle esperienze stilistiche della sua giovinezza, Dante scopre nell'amore, più ancora che una nuova ispirazione, il motivo d'essere della sua poesia. La sua felicità di amante corrisponde alla felicità d'espressione: "Poi che è tanta beatitudine in quelle parole che lodano la mia donna, perché altro parlare è stato lo mio?" (XVIII); la beatitudine della lode coincide con la lode della Beatitudine (Beatrice). Ma se la salita al cielo di Beatrice non fa altro che completare la sua figura simbolica di creatura venuta dal cielo e destinata a soggiornarvi, la sua morte terrestre distoglie dal suo messaggio divino il poeta, smarrito per il dolore e ripiegato in sé stesso. In effetti, la nuova figura femminile (la "donna gentile") che compare alla fine della Vita nuova è più una figura consolatrice che un surrogato inferiore di Beatrice (Beatrice è insostituibile). Il nuovo amore è prima di tutto amore di sé, impietosamente di sé; l'infedeltà non è tanto verso Beatrice, quanto verso la rivelazione divina della quale è messaggera e per la quale Dante riscopre l'intuizione in extremis. Intuizione che non è altro se non quella della Divina Commedia, in cui Dante si propone di dire di Beatrice "ciò che mai fu detto di alcuno". Ovvero che l'amore di Beatrice conduce alla contemplazione de "l'amore che muove il sole e gli altri astri".

Ma questa sublime contemplazione deve ancora sopraggiungere e, dopo la Vita nuova, la poesia di Dante riflette, attraverso la sua tensione sperimentale, una profonda crisi morale ed intellettuale. Periodo di incertezza ("traviamento") sentimentale, di dubbio filosofico, d'impegno politico e di ricerca formale che prefigura l'erranza dell'esilio. La sperimentazione poetica di Dante si muove quindi in tre direzioni: da una parte le Rime allegoriche e dottrinali (a partire dal 1293), in cui Dante supera sia l'ideologia amorosa e le convenzioni stilistiche del "dolce stil nuovo" attraverso il mito dell'amore per la "donna gentile", divenuta il simbolo della filosofia, sintesi armoniosa di bellezza e di verità; dall'altra parte, la tenzone con Forese Donati (1293-1296), scambi di insulti e di insinuazioni realistiche fino alla caricatura (povertà, furto, insufficienza coniugale, ecc.), attesta il desiderio di Dante di ampliare il suo campo espressivo, nonché la virtuosità con la quale è capace di rinnovare le tecniche medievali dello stile comico; infine, le "rime petrose" (a partire dal 1296), nella tradizione aspra (complessità prosodica ed ispirazione tragica) del grande trovatore provenzale Arnaut Daniel, drammatizzano l'angoscia amorosa in una scenografia siderale e glaciale.

Le ultime Rime (sette, o forse otto) di Dante risalgono ai primi anni del suo esilio. Resoconto di amarezza e di sconfitta, esprimono sia la consapevolezza dolorosa della fatalità della passione sottratta al libero arbitrio sia l'impotenza del giusto in esilio di fronte alla falsità ed alla corruzione del suo tempo. Poi, alle soglie della maturità, Dante abbandona provvisoriamente ogni pratica poetica per redigere il bilancio morale (Il Convivio) e letterario (De vulgari eloquentia) delle sue esperienze precedenti, gettando le basi teoriche del suo futuro capolavoro.

Il Convivio, scritto tra il 1304 e il 1307, doveva comprendere 15 libri: il primo di introduzione, e gli altri 14 come commentario a 14 canzoni di "virtù e d'amore". Soltanto i primi 4 furono portati a termine. L'opera è dedicata a "principi, baroni, cavalieri e molt’altra nobile gente, non solamente maschi ma femmine", convenuti al banchetto ideale della scienza e della virtù. Nuova Etica a Nicomaco, il Convivio si propone di edificare, a fianco della cultura clericale, una moderna cultura laica fondata sulla speculazione filosofica e destinata a rinnovare l'azione e le strutture politiche. Da ciò deriva l'importanza accordata da Dante (Libro I) alla scrittura del libro in lingua volgare e non in latino, secondo la tradizione delle opere filosofiche. Ma, al di là delle motivazioni pratiche (il pubblico al quale è destinata ignora il latino), questa scelta di Dante è dettata dall'ambizione di dimostrare la ricchezza strutturale ed espressiva della lingua volgare, fondando la prosa scientifica italiana. Nel Trattato II, dopo avere rintracciato allegoricamente l'itinerario spirituale che (da Beatrice alla "donna gentile") lo ha condotto dall'ideale cortese all'ideale filosofico, Dante espone, secondo la dottrina scolastica, la gerarchia dei cieli, dei saperi e delle virtù che governano la vita attiva e la vita contemplativa dell'uomo. Il Trattato III, elogio entusiastico della filosofia, dimostra, non senza saltuarie trasgressioni all'ortodossia tomista, la complementarità della ragione e della fede, della scienza e della rivelazione. Il Trattato IV ha lo scopo di definire il concetto di nobiltà: non come privilegio ereditario, ma teologicamente, come la perfezione di ogni cosa secondo la natura assegnatale da Dio; la nobiltà dell'uomo risiede quindi nelle virtù morali e intellettuali che lo conducono alla beatitudine, tramite la perfezione della vita attiva e contemplativa. Dante vi abbozza anche la teoria, sviluppata successivamente nella Monarchia, della missione provvidenziale assegnata all'istituzione imperiale nella storia dell'umanità.

Anche il De vulgari eloquentia, contemporaneo al Convivio, resta incompiuto. Trattato sul parlar bene in lingua volgare, doveva costituire (secondo le stesse allusioni di Dante al piano generale dell'opera, che interruppe prima della fine del libro II) una vera summa retorica e stilistica, dottrina e tecnica dell'espressione poetica, secondo la rigorosa gerarchia medievale degli stili ereditati dalla retorica greco-romana, dallo stile illustre o tragico allo stile umile o comico, passando per il medio o elegiaco.   Il trattato avrebbe sicuramente dovuto affrontare anche l'espressione in prosa. Il primo libro è consacrato alla definizione del "vulgare illustre". Dante oppone innanzitutto la lingua volgare, insegnata dalle balie e caratterizzata dall'instabilità dell'uso, alla "grammatica" appresa a scuola e codificata dall'arte letteraria, ovvero il latino. La lingua volgare è più nobile della grammatica, in quanto più conforme alla natura. Non resta che codificarla per assicurarne definitivamente la superiorità. Ma, prima di tutto, per fare questo occorre definirla, tenendo conto del fatto che la lingua originale di Adamo e del Cristo, dopo Babele, si è scissa in tre parti: il greco, il germanico e il meridionale, distinte in lingua d'oca, lingua d'oil e italiano (a sua volta suddiviso in 14 dialetti, dalle innumerevoli parlate locali che Dante analizza successivamente). Poiché ciascuno di questi dialetti può essere degno o indegno di essere assunto come modello, Dante preferisce la razionalità e la chiarezza, non più di una grammatica antinaturale, ma del sistema linguistico concretamente fondato dalla recente tradizione poetica italiana, dai siciliani agli "stilnovisti" e ad Dante stesso. Nel libro II Dante precisa il campo di pertinenza linguistica del "vulgare illustre", appena definito, votato ai fatti d'arme, alla celebrazione dell'amore e della virtù; ne definisce anche le tecniche appropriate, secondo i canoni retorici dell'epoca.

Se le Epistole, contemporanee alla Monarchia attestano il fervore dell'impegno politico di Dante e la speranza appassionata suscitata dall'elezione all'impero di Enrico VII, il suo trattato (scritto in latino, come le Epistole) è interamente dominato dal rigore della speculazione teorica. Sviluppando le tesi abbozzate nel Convivio, nel primo libro afferma la perfezione dell'istituto monarchico, indispensabile alla pace e alla prosperità del genere umano; nel libro II dimostra che l'impero romano, sopravvissuto nel Sacro Impero Germanico, è la legittima incarnazione storica della monarchia universale. Infine, nel libro III, attinge da Averroè l'idea dell'autonomia del potere temporale da quello spirituale, che il papa deve esercitare unicamente in vista del ritorno della chiesa alla povertà evangelica.

La Divina Commedia

Sorta all'alba della poesia italiana in lingua volgare, la Commedia (divenuta Divina Commedia nei commentari dei primi esegeti) non ha mai cessato di rappresentare, nel corso di tutta la storia della letteratura italiana, il "libro originario" (che manca, ad esempio, nella letteratura francese). Lo stesso Dante lo ha concepito, alla lettera, come il "libro dei libri", in una prospettiva apocalittica della fine della storia e, al limite, profetica di una palingenesi dell'umanità; in altri termini, come una Summa: Sotto questo aspetto, lo stesso titolo di Commedia (giustificato tradizionalmente dalla struttura ascendente del poema, dal "negativo" al "positivo", dall'inferno al paradiso) rende conto in modo imperfetto del progetto "totalitario" dell'opera, al doppio livello dell'espressione e della finzione, che fa esplodere le rigorose categorie della retorica medievale. Dante preferisce la definizione di "poema sacro" (Paradiso, XXVI), cioè la decifrazione e la rivelazione di un ordine trascendentale attraverso le contraddizioni della storia umana, ed il compimento di questa nell'eternità. Infatti, molto più che nelle singole illustrazioni, del resto geniali, per le tecniche "comiche"(cfr. Specialmente le "Malebolge", Inferno, XVIII-XXX), è nella doppia articolazione esegetica e poetica della Divina Commedia e nella sua prodigiosa estensione linguistica che si manifesta il vero "realismo" (Sanguineti ha insistito molto su questo punto) di Dante. In questa ambizione di rappresentare la totalità del reale e della storia alla luce della trascendenza, ancor più che alla lezione (esclusivamente tragica o sublime) di Virgilio, la guida fittizia del suo viaggio nell'oltretomba, è alla Bibbia che Dante chiede ispirazione, come spiega in una lettera (1316-1317) a Cangrande della Scala, al quale dedica il Paradiso. Il suo ideale è quello di raggiungere lo spessore significativo della scrittura biblica, la polisemia della sua lettera. Da qui l'infinita ricchezza dell'articolazione del senso nella Divina Commedia rispetto alle precedenti esperienze di Dante, ancora sottomesse alla poetica medievale dell'allegoria. Ad eccezione dei primi canti dell'Inferno, la rappresentazione non viene mai riassorbita nel simbolismo, ma è precisamente tra la rappresentazione e il simbolo, come tra due poli, che nasce la "tensione" propriamente poetica, a volte narrativa e metaforica, della scrittura.

Composta da 3 serie di 33 canti (più un canto introduttivo), la Divina Commedia narra l'itinerario immaginario di Dante nell'oltretomba, sotto la tutela di tre sante (Maria, Santa Lucia e Beatrice), nell'anno giubilare del 1300. Il viaggio ha inizio nella notte tra il giovedì e il venerdì santo, e termina il mercoledì santo in purgatorio (in paradiso il giorno è eterno, quindi non può essere contato). Dopo Enea e San Paolo, giunti, rispettivamente, per cercare la prova provvidenziale della missione imperiale di Roma e come campione della fede cristiana, Dante è il terzo uomo cui è concesso di visitare l'oltretomba allo scopo di ricordare all'umanità corrotta l'indissolubile unità delle due istituzioni della Chiesa e dell'Impero, volute da Dio.

L'Inferno, voragine causata dalla caduta di Lucifero, ha la forma di un gigantesco imbuto, la cui circonferenza maggiore ha come centro Gerusalemme (luogo della passione di Cristo), e la cui estremità inferiore si trova al centro della terra (luogo la cui totale oscurità corrisponde alla negazione di Dio, che è luce). L'inferno è suddiviso in 9 cerchi concentrici. Agli antipodi di Gerusalemme sorge l'isola montuosa del Purgatorio, la cui massa corrisponde a quella della terra, spostata a causa della caduta di Lucifero. La base di questa montagna (o Antipurgatorio) è immersa nell'atmosfera, al disotto della quale si eleva la cima del Purgatorio propriamente detto, suddiviso in 7 balze o cornici, sulla cui cima si estende il lussureggiante piano del Paradiso terrestre, da dove Dante e Beatrice spiccheranno il volo attraverso i 9 cieli del Paradiso, fino all'empireo.

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